Che cos’è la psicosomatica? Origini del concetto da Freud alla medicina integrata

psicosomatica
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C’è un’espressione che entra ed esce dal linguaggio comune con una disinvoltura che, a guardare bene, dovrebbe far riflettere. “È psicosomatico.” La si sente dire dal medico di famiglia quando un esame non rivela nulla di evidente, dall’amico che cerca di rassicurare, talvolta da chi soffre per minimizzare il proprio disagio. In quella formula, pronunciata con tono ora benevolo ora liquidatorio, si concentra un equivoco profondo: come se “psicosomatico” significasse non vero, inventato dalla mente, meno serio di un sintomo con una causa organica chiara.

È un equivoco che vale la pena disinnescare. Perché la psicosomatica, intesa correttamente, non parla di sintomi immaginari. Parla del fatto che mente e corpo non sono due entità separate che ogni tanto si influenzano a vicenda, ma due dimensioni di un unico sistema vivente che funziona sempre, simultaneamente, su entrambi i piani. Una verità che la medicina contemporanea sta riscoprendo dopo averla a lungo trascurata, e che le pratiche corporee, la riflessologia plantare tra queste, non hanno mai smesso di onorare.

Capire da dove viene il concetto di psicosomatica, come si è evoluto e dove si trova oggi è importante. Aiuta a parlarne con la precisione che merita, e a riconoscere quando lo si sta usando bene e quando lo si sta usando come scorciatoia.

Una premessa: prima di Freud, l’intuizione è antica

Sarebbe scorretto far iniziare la storia della psicosomatica con Freud. L’idea che gli stati d’animo influenzino il corpo è vecchia almeno quanto la medicina. Ippocrate, nel V secolo a.C., descriveva il temperamento e gli umori come fattori che condizionavano la salute fisica. Galeno, nel mondo romano, riconosceva l’influenza delle passioni sull’insorgenza di certe malattie. La medicina tradizionale cinese e quella ayurvedica, ciascuna con il proprio linguaggio, hanno sempre considerato corpo, mente ed emozioni come parti di un tutto inseparabile.

Anche la riflessologia, nelle sue radici antiche, si inscrive in questa visione: gli antichi egizi, i cinesi, e diverse altre culture intuivano che il corpo intero potesse essere influenzato attraverso punti precisi, e che quel “corpo intero” includesse ciò che oggi chiameremmo dimensione psichica.

Quello che cambia, all’inizio del Novecento, è il quadro concettuale. La medicina occidentale, dopo due secoli di progressi straordinari fondati sull’approccio anatomico e organicista, si trova di fronte a un fenomeno che le sue categorie faticano a spiegare: pazienti, soprattutto pazienti, con sintomi fisici evidenti senza alcuna lesione organica identificabile. È in questo terreno che il pensiero psicosomatico moderno trova il suo punto di partenza.

Freud, l’isteria e la nascita di un nuovo sguardo

A Vienna, alla fine dell’Ottocento, un giovane neurologo di nome Sigmund Freud osserva pazienti che presentano paralisi, cecità, afonie, contratture, senza che gli esami neurologici evidenzino alcuna causa organica. La medicina dell’epoca li liquida spesso come simulatori, o li relega in un limbo diagnostico. Freud sceglie un’altra strada: prende sul serio quei sintomi, e ipotizza che abbiano una causa reale, solo non visibile con gli strumenti dell’anatomia.

L’ipotesi che formula, in collaborazione con Josef Breuer e che maturerà nei decenni successivi, è destinata a cambiare profondamente il modo di pensare la malattia. Quei sintomi, sostiene Freud, sono espressioni somatiche di conflitti psichici irrisolti. Un’emozione che non può essere elaborata coscientemente, un trauma, un desiderio inammissibile, un conflitto interiore, non scompare: viene rimossa dalla coscienza ma trova un’altra via per manifestarsi. Quella via, talvolta, è il corpo.

È la nascita del concetto di conversione, e con esso di un’intuizione fondativa: il corpo può parlare di ciò di cui la mente non riesce a parlare. Freud non userà sistematicamente il termine “psicosomatico”, ma getta le basi teoriche su cui, nei decenni successivi, si costruirà tutto un campo di studi.

Va detto con onestà che l’impostazione freudiana, oggi, mostra i suoi limiti. La centralità assoluta dei conflitti rimossi, il modello pulsionale, certe spiegazioni che apparivano illuminanti un secolo fa risultano oggi parziali alla luce delle conoscenze neuroscientifiche. Ma l’intuizione di fondo, che il sintomo fisico possa avere un significato psichico, e che non sia mai solo fisico, resta un’eredità preziosa.

La scuola psicosomatica del Novecento: da Alexander a Mitscherlich

Negli anni Trenta e Quaranta, soprattutto negli Stati Uniti e in Germania, il pensiero psicosomatico si struttura come campo di studi autonomo. Franz Alexander, psicoanalista ungherese trasferitosi a Chicago, propone una teoria sistematica: alcune malattie fisiche, ulcera peptica, ipertensione essenziale, asma bronchiale, artrite reumatoide, colite ulcerosa, ipertiroidismo, dermatite atopica, sarebbero legate a specifici pattern di conflitto emotivo. Alexander individua le cosiddette “sette malattie psicosomatiche”, costruendo per ciascuna un’ipotesi di corrispondenza tra dinamica emotiva e quadro clinico.

L’approccio di Alexander, pur affascinante, mostrerà col tempo i suoi limiti. L’idea di una corrispondenza così rigida tra un certo tipo di personalità e una specifica malattia si è rivelata troppo schematica per resistere all’evidenza clinica. Tuttavia, il suo lavoro ha avuto un merito enorme: ha legittimato lo studio sistematico del legame tra psiche e patologie organiche, aprendo la strada a generazioni di ricercatori.

In Germania, dopo la Seconda Guerra Mondiale, Alexander Mitscherlich e la scuola di Heidelberg sviluppano una visione più ampia, in cui la dimensione psicosomatica non riguarda alcune malattie specifiche ma attraversa la medicina nel suo insieme. Ogni malattia, sostengono, ha una componente psichica, sociale, biografica, che va presa in considerazione accanto a quella biologica. È un’impostazione che si rivelerà più solida e più feconda, e che costituirà la base della medicina psicosomatica europea nei decenni successivi.

Lo stress entra in scena: Selye e il ponte verso la biologia

Mentre la psicoanalisi sviluppava il suo discorso, in parallelo, da un’altra direzione, arrivava un contributo destinato a cambiare le carte in tavola. Hans Selye, endocrinologo di origine austro-ungherese attivo in Canada, pubblica negli anni Trenta e Quaranta una serie di studi sulla sindrome generale di adattamento. Lavorando con animali sottoposti a stimoli stressanti di varia natura, Selye osserva che la risposta dell’organismo segue uno schema stereotipato, attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, rilascio di cortisolo, alterazioni del sistema immunitario, modifiche di organi specifici, indipendentemente dal tipo di stimolo.

Selye introduce il termine stress nel vocabolario medico e dimostra, sperimentalmente, ciò che il pensiero psicosomatico aveva intuito teoricamente: gli stimoli ambientali, inclusi quelli psicologici, producono modificazioni biologiche misurabili. Il ponte tra emozione e fisiologia, tra mente e corpo, cessa di essere un’intuizione filosofica e diventa un dato di laboratorio.

Questo passaggio è decisivo. Da Selye in poi, parlare di psicosomatica non significa più solo interpretare significati: significa anche misurare meccanismi. È la base su cui, nei decenni successivi, si svilupperà la psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), il campo che oggi studia le interconnessioni tra sistema nervoso, sistema endocrino e sistema immunitario.

La rivoluzione silenziosa: dal modello biomedico alla medicina integrata

Negli anni Settanta, lo psichiatra americano George Engel propone un cambio di paradigma che ancora oggi non si è del tutto realizzato. Il modello biopsicosociale sostituisce, almeno sulla carta, il vecchio modello puramente biomedico. La malattia, secondo Engel, è sempre l’esito di un’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali, e nessuna cura efficace può prescindere da una valutazione su tutti e tre i piani.

Negli stessi anni, le neuroscienze cominciano a confermare sperimentalmente ciò che la psicosomatica aveva intuito. Si scopre che il sistema nervoso autonomo, il sistema immunitario e il sistema endocrino comunicano costantemente attraverso messaggeri chimici condivisi. Si documenta che lo stress cronico modifica l’espressione genica, altera la struttura cerebrale, riduce l’efficienza immunitaria. Si osserva che esperienze traumatiche precoci si “iscrivono” nel corpo in modi che diventeranno, decenni dopo, terreno fertile per patologie organiche. La separazione tra corpo e mente, che la medicina cartesiana aveva considerato un dato di fatto, si rivela un’astrazione utile per certi scopi ma sostanzialmente falsa.

Oggi parliamo di medicina integrata per indicare una pratica clinica che cerca di tenere insieme l’efficacia degli interventi biomedici con l’attenzione alla dimensione psicologica, relazionale e, sempre più frequentemente, corporea. Le pratiche complementari, tra cui la riflessologia, trovano in questo quadro un riconoscimento crescente: non come alternative alla medicina convenzionale, ma come strumenti che possono affiancarla, soprattutto nella regolazione di stress, ansia, dolore cronico, qualità della vita.

Cosa significa “psicosomatico” oggi, e cosa non significa

Tornando al punto di partenza: cosa vuol dire, oggi, definire qualcosa “psicosomatico”? La definizione più precisa è anche la meno spettacolare. Psicosomatico significa che un fenomeno, un sintomo, una condizione, una malattia, è prodotto dall’interazione di componenti psichiche e somatiche, e non può essere ridotto né alle une né alle altre. Non significa “immaginario”, non significa “meno reale”, non significa “dipende da te”. Significa, semplicemente, che il sistema umano funziona in modo integrato e che le sue manifestazioni vanno lette nella loro complessità.

È in questo quadro che si colloca il lavoro della riflessologia plantare di impostazione psicosomatica. Non come pratica esoterica, non come scorciatoia interpretativa che traduce ogni callo in un significato simbolico, ma come ascolto attento di un linguaggio corporeo che spesso anticipa, integra o sfuma ciò che la persona riesce a esprimere a parole. È in questo senso che il corpo parla, e la riflessologia ne raccoglie le parole.

Capire da dove viene il concetto di psicosomatica significa, in fondo, capire qualcosa di più sull’idea stessa di salute. Una salute che non è mai soltanto assenza di malattia, e mai soltanto questione di organi, ma stato dinamico di un sistema vivente che pensa, sente, ricorda e respira tutto insieme. Una salute che merita, da parte di chi se ne occupa, lo stesso tipo di sguardo: integrato, attento, mai semplificato.

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